Fili d’Abruzzo: la venticinquesima ora

Un filo. Che cos’è un filo? Un filo di cosa? Di olio, del discorso, da cucito, di un racconto, di Arianna, di lana? Di lana, ecco, un lunghissimo e morbidissimo filo di lana. Quante storie sono state tramate tra gli orditi dei fili di lana nel corso dei secoli? Quante sfide e amori e lacrime e sogni? Filava Eva, tesseva Penelope, cuciva e lavorava a maglia Maria. Dal filo di Arianna alla tela di Aracne, dal filo delle Parche all’abilità tessile di Atena. Il filo come metafora della vita. Filare, pensare, scrivere: tutte azioni che evidenziano la necessità primordiale di imprimere una forma, una direzione, un senso.

Il filo ha un inizio? Chi può dirlo. E’ bello pensare di farlo iniziare, o continuare da un punto stabilito, o inventare un nuovo punto di partenza, o prendere quello che capita, non importa, non ci sono regole, il bello è proprio questo! L’importante è avere tra le mani un filo e iniziare a manipolarlo e vedere dove porterà i nostri pensieri; perché lavorare con i fili non è semplicemente  confezionare un oggetto: è dare forma ai nostri progetti, alle nostre aspettative e ogni intreccio che facciamo, ogni motivo che creiamo, ogni colore che combiniamo, è un pensiero riordinato, è la strada che ci fa uscire dal labirinto.

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Quando racconto i miei intrecci non disegno schemi fatti di numeri e simboli rinchiusi in una pagina quadrettata, ma descrivo i colori dei pascoli in montagna, il rumore degli alberi mossi da vento, i rintocchi delle campane portati dall’eco, la fatica dei pastori che in qualunque situazione meteorologica escono con il loro gregge. Mi piace far riemergere storie che possano riempire gli spazi lasciati vuoti dal nostro correre quotidiano, ridare voce alle memorie mute e nuova vita a capacità inutilizzate da tempo.

Da questo mese il filo di lana si mescolerà con il filo dei racconti culinari di Taste Abruzzo e insieme esploreranno ogni angolo della Regione alla scoperta di nuove sfumature di colori e sapori e fare nuove matasse da sfilare quando abbiamo bisogno di un racconto da raccontare.

C’è qualcosa di rassicurante nel cercare il bandolo della matassa e iniziare a lavorare, ci riappacifica con le nostre giornate e ci lascia pensare, è come un mandala che si perde nei suoi tratti concentrici, è la nostra venticinquesima ora.

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