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Pettorano sul Gizio, il guardiano della Valle Peligna

by Roberta Tinarelli
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Foto di copertina di Roberto Fiume

Pettorano sul Gizio non è solo il classico “paese da cartolina”, ma uno scrigno di storia e tradizioni, custode di un glorioso passato ancora presente.

Il borgo, in provincia dell’Aquila, fa parte della Riserva Monte Genzana Alto Gizio dove boschi e faggete fanno da cornice a questo luogo lontano dal tempo, inserito nella lista dei Borghi più belli d’Italia

Dai suoi 650 metri di altezza, Pettorano osserva una porzione della Valle Peligna che per secoli ha difeso. 

Brevissima storia di un feudo ricco e prosperoso

Per capire e apprezzare al meglio un luogo, bisogna raccontarne la storia. Io ho provato a fare un brevissimo sunto dei momenti più importanti che hanno caratterizzato Pettorano sia sotto il punto di vista architettonico che culturale.

Pettorano sul Gizio è un borgo medievale, ma le prime frequentazioni del territorio risalgono al Paleolitico. I pagi e vici d’età romana furono riuniti in un unico agglomerato per effetto dell’incastellamento.

Il nome Pettorano ha diverse origini. Potrebbe essere legato alla conformazione del territorio, oppure derivare da termini latini come pectoralis (un’armatura romana, tra l’altro raffigurata sullo stemma del comune) o Pictorianus, dal gentilizio romano.

Nel XII secolo Pettorano era già un importante feudo esteso dall’Alto Gizio alla Piana delle Cinquemiglia. Con l’arrivo degli Angioini il borgo fu ampliato e il castello rinforzato con quattro torri circolari. Ma è nel XVI secolo che il borgo vive il momento di maggior splendore. Sempre in questo periodo fu costruita la cinta muraria con sei porte d’accesso, che è esattamente quello che di cui possiamo godere anche oggi.

Al terremoto del 1706 i pettoranesi reagirono con una nuova fase costruttiva, portata avanti soprattutto dalla ricca famiglia De Stephanis. Nell’Ottocento, infine, fu realizzata l’importante “via Napoleonica” – che collegava la Valle Peligna a Napoli – e il comune prese il nome di Pettorano sul Gizio, per evitare casi di omonimia.

Le perle del centro storico

Castello Cantelmo

Il borgo di Pettorano è ricco di tesori e di scorci incantevoli, disseminato di edifici di pregio e monumenti come il suo castello che domina la valle.

Il Castello Cantelmo, infatti, è il punto più elevato di Pettorrano. La struttura faceva parte della fitta rete di fortificazioni a protezione della Valle Peligna. Dal primordiale torrione d’avvistamento, il castello si ampliò gradualmente, crescendo d’importanza tanto da diventare teatro delle lotte tra Guelfi e Ghibellini.

Nel 1310 il feudo passò ai Cantelmooriginari della Provenza, arrivati con la dominazione angioina – che lo governarono fino al 1750. Dopo un lungo periodo di abbandono e incuria, il castello fu ceduto al comune di Pettorano che, insieme alla Sovrintendenza, avviò i restauri nel 1992.

La forma del castello è irregolare poiché un lato è stato inglobato nelle abitazioni. L’aspetto esterno è solido e severo e, oltre alla torre circolare del perimetro, spicca il puntone pentagonale d’età normanna, elemento più caratteristico e antico del castello.

Castello Cantelmo – Pettorano sul Gizio (AQ)

Chiese e palazzi

La parrocchia principale di Pettorano è la Chiesa Madre della Beata Vergine e San Dioniso, risalente al XV secolo. La facciata sobria ed elegante è impreziosita da un orologio sul lato destro; l’interno custodisce dipinti settecenteschi e un crocifisso ligneo del Trecento. 

Oltre alle chiese seicentesche di San Rocco e della Madonna della Libera, merita una visita anche la Chiesa di San Nicola costruita nel XII secolo sui resti di un tempio pagano. Nonostante il rifacimento neoclassico, la chiesa conserva l’originale portale romanico.

I palazzi di Pettorano sono il ricordo tangibile del periodo più florido nella storia del borgo, strettamente legato alla transumanza.

Palazzo Ducale – attuale sede del municipio – era la dimora prediletta dai Cantelmo. L’edificio risale al XVII secolo ed è formato da tre corpi di fabbrica disposti a “U”. Il cortile è abbellito dall’elegante fontana in pietra e da una grande meridiana incorniciata dai segni dello zodiaco. La Castaldina o Castellina era invece proprietà dei Castaldo, storici amministratori della famiglia Cantelmo. L’edificio ha il tipico aspetto barocco, con il balcone in ferro battuto che sembra sorretto da esili colonne.

Di stile neoclassico è invece Palazzo Croce, poco distante da Palazzo Vitto-Massei dove nel 1832 soggiornò re Ferdinando di Borbone. All’interno di Palazzo Croce è custodito un rarissimo reperto: un frammento in greco dell’Editto di Diocleziano, emanato nel 301 d.C. Si tratta dell’unico esemplare di questo tipo ritrovato in Occidente, arrivato a Pettorano nel XIX secolo e scoperto nel 1933.

Porte urbiche

Nei pressi del castello incontriamo Porta San Marco o delle Macchie, sormontata dalla statua di Sant’Antonio tra due pinnacoli.

Pettorano sul Gizio – Foto di Roberto Fiume

A ovest si aprono Porta del Mulino, che conduce alla zona dei mulini acquatici costruiti tra XVI e XVIII secolo, e Porta San Nicola, sormontata da un affresco di Santa Margherita. A est si trova invece Porta Cencio, detta anche Porta Manaresca perché rivolta verso il mare, o Porta Reale poiché è da qui che re Ferdinando II entrò nel 1832. 

Infine, verso sud, sorge Porta Santa Margherita detta anche delle Frascare perché era il passaggio preferito dai taglialegna per raggiungere i boschi (le frasche).

Da non perdere, inoltre, La Locanda che rappresentava il punto di sosta e ristoro sull’antica Via Napoleonica, e la centrale Piazza Umberto I con la fontana del 1897 decorata con le statue in bronzo di Nettuno e Anfitrite, sormontate dallo stemma di Pettorano.

Curiosità: feste dal sapore pagano

Pettorano è famoso per la serenata augurale di Capodanno. In origine le donne del paese andavano di casa in casa intonando canti senza accompagnamento musicale e ricevendo in cambio prodotti in natura (la questua). Nel 1925 al canto femminile fu sostituito il concertino (lu concertine) con banda e testo scritto, e una canzone nuova per ogni anno.

Ancora oggi il concertino allieta la notte di San Silvestro, snodandosi tra le vie del borgo e terminando intorno a un grande falò. 

La festa più suggestiva era senza dubbio quella di San Martino, celebrata l’11 novembre. Durante la Scampanacciata ogni quartiere portava in processione un pupazzo imbottito di paglia e stracci, con una zucca intagliata e illuminata al posto della testa. A questa era aggiunto un bel paio di corna, derivate da culti pagani dimenticati ma mai svaniti. La sfilata era accompagnata dal suono sguaiato di campanacci e pentole e dal coro “evviva San Martino! Evviva le Corna!”. Alla fine la zucca veniva distrutta e il fantoccio bruciato come segno di purificazione e rinnovamento.

L’elemento del fuoco purificatore si ritrova anche nella festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio. Ogni quartiere realizza una catasta di legna da incendiare, per poi consumare tutti insieme le patate alla brace e raccogliere la cenere che il mattino seguente andrà sparsa sui campi per propiziarne la fertilità.

Leggende bagnate nell’oro

A Pettorano il Capodanno è una cosa seria. È in questa notte, infatti, che sono ambientate le due leggende più famose. Si racconta che a mezzanotte in punto l’acqua del Gizio, in un punto non meglio specificato, si trasformi in oro. La prima fortunata fu una donna scesa al fiume per attingere acqua. Ignara di trovarsi nel punto esatto, immerse la conca nella corrente e, quando la sollevò, scoprì con immensa felicità di aver raccolto oro zecchino anziché gelida acqua.

Un’altra leggenda ha per protagonista Santa Margherita, protettrice del paese. Pare che la santa se ne stia in un’oscura grotta in Valle Frevana intenta a filare con un fuso d’oro massiccio dalla sera al mattino. Allo scoccare della mezzanotte, la santa si trasforma in un’affascinante fanciulla che compare a chi ha l’ardire di arrampicarsi fino alla caverna.

La favola ci suggerisce che la santa cristiana non è altro che la sostituta dell’antica “inquilina” della grotta: una fata delle sorgenti, simile a quella dei Monti Sibillini. Santa Margherita, signora delle acque freschissime, è celebrata il 13 luglio; la festa è talmente importante che un detto pettoranese recita così: “a Santa Margherita chi non è tornato, o è morto o si è perduto”.

Riscoprire i sapori di un tempo 

Così come per la storia, non si può conoscere davvero un territorio senza aver gustato le sue ricette. Pettorano non fa eccezione a questa regola, con le sue specialità retaggio di antiche usanze.

Tipica del periodo natalizio è la variante dolce delle crustole, ciambelle fritte la cui forma ad anello ricorda la ciclicità delle stagioni. Altra squisitezza delle feste sono i cice repline (o calcionetti di ceci) una sfoglia farcita con ceci, cacao, mosto cotto e altri golosi ingredienti.

Tra i primi piatti pettoranesi spiccano i cazzarelli, gnocchetti di acqua e farina conditi con i mugnoli di Pettorano, aglio rosso di Sulmona e alici. 

La regina della cucina pettoranese è senza dubbio la polenta rognosa, il pasto tipico dei carbonai. L’impasto con farina di granoturco è lavorato per più di un’ora con il cazzagno, il tradizionale bastone di legno. Dopo la cottura nel paiolo di rame, la polenta viene rovesciata su un canovaccio e infine tagliata a fette con un filo di refe. Da alimento umile e povero, la polenta è diventa un piatto prelibato e pregiato, protagonista della sagra a inizio gennaio.

Per visitare Pettorano non c’è un periodo in particolare perché ogni stagione sa regalargli magia, ma il periodo invernale è senza dubbio il momento dell’anno più suggestivo anche grazie alle nevicate sulle montagne circostanti che lo rende come un presepe cosparso da una generosa spolverata di zucchero a velo.

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