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I segreti dei Pastori d’Abruzzo: la Transumanza, sulle vie del tratturo magno

by Claudia Bonanni
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Settembre.

Tempo di ritorni a scuola, di foglie che ingialliscono, e che iniziano a regalare quel colore meraviglioso alle nostre montagne; settembre è tempo di vendemmia e di conserve; è tempo di raccolta degli ultimi prodotti nell’orto, tempo di battere i legumi e di riporli nei loro sacchi di tela.

Settembre in Abruzzo è “…tempo di migrare…“, è  il mese in cui ripartono i pastori.

Da sempre la nostra terra è legata a doppio filo alla Transumanza, allo spostamento delle greggi e degli uomini che le conducono. Verso sud in inverno, per cercare pascoli non ghiacciati e climi più miti, e di nuovo verso nord, per tornare a casa, a maggio, alla ricerca di erbe montane appena spuntate dopo lo scioglimento delle nevi, su pascoli mantenuti verdeggianti e ricchi dal clima delle montagne d’Abruzzo. E’ una tradizione antica, che nei secoli ha segnato la storia e l’aspetto delle nostre genti e delle nostre terre.

la mucca sulla strada

Si perdono nel tempo le sue origini, ma restano scritte sulla terra, sulla rete di tratturi che ancora oggi legano Abruzzo e Puglia, segnando gli antichi passi che da secoli i pastori percorrono in cerca di pascoli, “…sulle vestigia degli antichi padri…“, restano le meravigliose chiese dei tratturi, immerse nelle piane, maestose, o minuscole e nascoste nelle montagne.

Più di 3000 km di strade di terra, che gravitano attorno all’Antica Via, il Tratturo Magno, 244 km di strada dalla Basilica di Collemaggio alle pianure foggiane, che i pastori percorrevano a piedi, in fila, “…e uno dietro l’altro…e ognuno col suo gregge, e la sera si stazzava insieme, riuniti  insieme…”  esposti al freddo e alla fatica, mangiando pan cotto, poco formaggio, e tanto vino, che scaldava la strada e il cuore lontano da casa. “…si cucinava, se facea ‘sso pan cotto, o acqua sala, ma era più che altro pane, qualche vota se beveva parecchio, na fetta de pane, co m’po de formaggio…” 

Scrive L. U.  Iapadre, poeta e scrittore Aquilano:

“…che quello del pastore era il mestiere più diffuso ed idoneo alle pretese degli abitanti, … in genere forniti di … un uncino o una mazza spinosa di ginepro. Comunque essi nel compiere un lavoro così consueto, antico come l’uomo, non esente da rischi e privazioni, godevano di stima e fiducia. Quella gente non s’era mai sottratta ai sacrifici in alpe e pei tratturi, col tempo buono e col cielo inclemente; mai si era arresa al panico, ai disagi della fatica”

La transumanza segnava la vita dei pastori e anche quella delle loro mogli, che restavano sole nel periodo in cui la campagna ha ancora tanto da chiedere e c’erano i campi da mietere, le patate da raccogliere, i legumi da battere sulle aie…andavano rifatti i materassi e “scardata” la lana, e tutto andava fatto bene e in fretta e da sole, che gli uomini erano “ai tratturi, alle Puglie”… E allora queste donne forti e coraggiose, abituate alla fatica fisica, preparavano il necessario per i lunghi viaggi.

“S’era allora in settembre, già alle prese con i preparativi più importanti, in vista della prossima partenza. Ogni massaia stipava a modo il sacco da corredo, o quel forziere rudimentale che si possedeva, per la lunga trasferta; e agli indumenti, sempre, allegava un rustico pacchetto di dolci…”

(Leandro Ugo Iapadre, La Gibigiana)

La Storia diventa Presente, e resta viva nella nostra quotidianità. Ancora arrivano a maggio, su grandi camion e non più a piedi, dalle piane pugliesi centinaia e centinaia di capi di bestiame, ovini e bovini, un patrimonio zootecnico dal valore inestimabile, che porta ricchezza e riempie le nostre montagne di colori, e le valli risuonano di campanacci lenti, al lento dondolare degli animali, di cani che abbaiano, delle voci di pastori.

le pecore al pascolo

Passa il turista, e si ferma stupito a margine di strada a guardare le greggi, ad aspettare che, calme e serafiche, si tolgano dalla via, incuranti di macchine e moto, o del vociare allegro dei bambini. Sembra di essere in un antico quadro, sembra di essere lontani anni luce dalle città, dal traffico, dal rumore.

Con le greggi risalgono i Pastori.

A pensare ai pastori d’Abruzzo, a vederli seduti coi loro bastoni, con i cani accanto, o davanti alle loro casette di fortuna, rifugi per le fredde notti delle montagne, ogni volta mi viene in mente una poesia, un’altra, altrettanto famosa ma più intima, sofferta quasi, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia“…non per niente il nostro altopiano di Campo Imperatore, meta ultima della transumanza, è chiamato da sempre il “Piccolo Tibet”, per la vastità delle piane in quota e per l’abbondanza, appunto, di greggi e pastori.

Ho sempre pensato che Leopardi avesse in mente uno dei “nostri” pastori d’Appennino, piuttosto che un immaginario pastore tibetano, non me ne vogliano i critici letterari…

Immagino questo pastore che canta alla luna, che parla alle greggi, e che si interroga sulla sua vita, sul destino dell’Uomo…e penso ai visi rugosi e segnati dal sole dei pastori che ricordo da bambina, anziani e stanchi, penso ai tanti “pastori e poeti” della mia terra.

la luna sulla piana

Grandi filosofi i pastori, Leopardi ci aveva visto giusto.

Il legame fra pastori e poesia è di vecchia data, e affonda le radici nelle stesse radici della pastorizia e della transumanza. Spesso analfabeti, gente di origini semplici, non per questo meno profondi e riflessivi, nell’infinito tempo passato soli nelle piane con le greggi, i pastori pensano, riflettono, e i canti che accompagnano il cammino della transumanza diventano poesie, raccontano amori, vita, speranze. E spesso, come per il pastore leopardiano, sono pensieri tristi, addolorati, carichi di nostalgia per mogli, figli o genitori lasciati a casa. Restano tracce nelle poesie, raccontate a memoria dai padri ai figli, e sulle pietre, che portano incise parole, consigli e sofferenze.

Soprattutto sulla Maiella troviamo incisioni un po’ ovunque, ma vi sono zone, molto circoscritte, di particolare concentrazione: punti nevralgici nella rete dei sentieri, luoghi dominanti su una o più vallate, o semplici punti di sosta sui pascoli. Alcuni di questi luoghi sembrano rivestire una particolare importanza. E’ come se la società pastorale avesse tacitamente stabilito di farne un santuario e per secoli continuasse ad incidere scritte sulle stesse rocce, sovrapponendole a volte a quelle più antiche“, così scrive Edoardo Micati in un suo bellissimo trattato sui pastori della Maiella.

Sono rimasti pochi i “pastori d’Abruzzo“. Questo mestiere antico, sacrificato, poco si confà alla vita di oggi e, nei visi dei pastori adesso vediamo tratti somatici di altri paesi, negli occhi la lontananza diventa un oceano lontano, il sacrificio della montagna si somma al sacrificio della patria lasciata. E per loro ancora di più forse, la poesia di Leopardi descrive lo stato emotivo di questa gente, il chiedersi il senso della fatica, di “…questo vagar mio breve…”. Eppure a parlargli, a sentire le loro storie, oggi, nei loro stazzi, la parola che viene in mente è serenità.

Allora penso che davvero, le nostre montagne sono magiche, incantate, e vi lascio con il link di un’iniziativa stupenda, che da anni riporta vita sui sentieri dei transumanti, un modo per non perdere memoria del nostro importante passato: Tratturo Magno.

pastori

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